Secondo Pablo Picasso la scultura è l’arte dell’intelligenza.

La scultura nel XX secolo è stata senza dubbio anche l’arte della capacità di comprendere i profondi sommovimenti che hanno attraversato il mondo della cultura occidentale e si tratta certamente al giorno d’oggi di una forma espressiva meno capita e meno amata della pittura, più epidermica e sensorialmente “facile”;
  il percorso recente insomma può effettivamente collocare questa branca artistica nel gruppo delle più intellettuali.

Ma del resto il topos storico dello scultore prevede una sorta di ossessione materica e del fare canonizzato da alcuni grandissimi che hanno contribuito a creare quest’ico-nografia, da Michelangelo a Rodin.
  In certo senso si potrebbe persino affermare che Francesco Pinton non è uno scultore: non lo è di formazione, autodidatta; non lo è di professione, se non in parte e in ogni caso in questo senso lo definirei più un creatore di modelli; non lo è, infine, mentalmente, perché poco interessato alla tridimensionalità, alla plasticità, alla tensione muscolare degli oggetti.
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Francesco Pinton è un introspettivo, e le sue forme tendono a ciò a cui l’introspezione stessa tende, e in questo senso è difficile confrontarlo con l’epidermica fisicità ed esteriorità espansa che il fare scultoreo porta quasi sempre con sé. Nelle sue opere, oltre alle evidenti suggestioni brancusiane e vianesche (quest’ultime rinnegate dall’artista, che sottolinea la distanza dall’astrazione dell’allievo di Arturo Martini), risulta evidente la tendenza ad una ricerca di essenzialità che non è pura sintesi formale, quanto piuttosto un desiderio di purezza spirituale.

Si potrebbe parlare di una produzione vicina ad un neoclassicismo novecentesco, ma anche in questo caso si correrebbe il rischio di fraintendere i motivi chiave delle sculture di Pinton: la sua opera non è semplicemente idealizzante, piuttosto direi che del neoclassicismo conserva l’assenza di un linguaggio visibile.

Nelle creazioni più recenti la parola modellata attraverso la materia è fusa con la stessa: i segni del passaggio creativo sono totalmente assenti, in un assorbimento dell’autore nello stesso esito finale, in cui la separazione esibita tra esecutore e eseguito viene completamente annullata.

Come è evidente, il risultato di questo atteggiamento si colloca sul labile confine tra idealizzazione, non tanto nel senso di tensione verso un bello classico quanto verso l’idea assoluta, e rischio di spersonalizzazione, che però in questo caso assume le valenze insolite quanto interessanti: si tratta di quei significati profondi che l’arte sa produrre trovando nella stessa esperienza individuale una tensione mai esaurita verso un universale, un tutto che si configura come autenticamente e semplicemente umano.

 

L’elaborazione dell’idea nelle quiete e profonde acque della meditazione personale non sottraggono dunque l’opera di Pinton alla possibilità di una comunicazione diretta con il pubblico: se il pensiero di matrice platonica mirava alla graduale liberazione della forma dal peso della materia, Francesco Pinton propone piuttosto un processo di reciproca compenetrazione fra questi elementi.

La levigatezza delle superfici, lungi dal voler eternare i fugaci fremiti dei sensi, esprime invece con efficacia un laborioso processo di unificazione del soggetto nella sua realtà intellettiva ed esperienziale, ormai libero da quella frammentazione dell’io a cui l’intelletto può condannare l’uomo.

Tale unità, innocente per sua stessa natura, non è tuttavia raggiunta “per levare” e neppure “per mettere”, ma grazie all’atto fiducioso e calmo di chi sa attendere nel silenzio la sedimentazione delle polveri dell’intelletto sino a che l’ultimo loro granello si sia compattato nella forma sottraendosi alla schiavitù del tempo.

La biografia di Francesco Pinton ci racconta di un uomo profondamente orientato verso una spiritualità forte e cosciente, in cui la meditazione ha un posto di primissimo piano.

Chi avrà la fortuna di conoscere l’artista potrà scoprire una personalità estremamente sensibile nell’affrontare l’argomento, ma salda nelle proprie convinzioni, evidentemente radicate grazie ad una disarmante serenità che si intuisce essere stata raggiunta in un percorso pluriennale e che si rispecchia anche nella pacata armonia delle sue opere.

 

Dopo i primi lavori di fine anni ’90, che gli fruttarono consensi e un premio ad una collettiva di quaranta artisti, Pinton aveva interrotto il proprio percorso creativo fino a tre anni fa, quando ha cominciato a creare la serie di opere in bronzo lucidato che possono in certo senso considerarsi le sue prime sculture definitivamente mature.

Si tratta di più di dieci pezzi accumunati da un linguaggio piano e classico volto a sottolineare il profondo senso di completezza esistenziale insito nella natura, nelle diverse forme che questo può prendere. I nidi delle gazze, il germogliare di un seme, un tuffo dalle scogliere di Paestum, una gravidanza sono solo alcuni dei temi che hanno ispirato le sue creazioni, temi di cui l’artista cerca l’essenza armonica, ciò che la natura autonomamente dona di bellezza pura, non mediata.

Sono opere come si diceva frutto anche di una profonda riflessione spirituale, ma che stupiscono per la semplicità con cui giungono a quel punto di verità in cui la chiarezza della visione diventa accessibile a tutti. La “Stele antropomorfa” del 2007 e i “Due torsi” del 2008 sono forse tra le creazioni di maggior effetto, per il nitore formale e strutturale che pare emerso senza alcuna fatica dalla mente dell’artista, in una fluidità di collegamento tra idea, materia e significato di altissimo livello.

Davanti a queste sculture non si avverte la necessità di capire, di indagare l’uomo o le sue tecniche, ma si percepisce direttamente l’anima creatrice, il sentimento profondo che le ha scaturite, senza che questo sia stato incrinato da nulla.

Dott. Carlo Dal Pino